di Lina Cammarano

Quel groviglio d’emozioni accompagnò lo stato d’animo a percepirmi molto fortunata ad aver ricevuto l’incarico, la preside mi era sembrata un forte punto di riferimento professionale e umano, una persona predisposta a valorizzare l’impegno dei suoi docenti, mi colpì in particolare la sua attenzione per la formazione permanente nell’ambito della ricerca scientifica, difatti quest’ultimo aspetto anche a me molto caro ci permise di costruire gradualmente nel corso dell’anno scolastico una forte e solida empatia silenziosa.
Continuai a camminare verso la piazza per incontrare la signora Norina perché insieme ci saremmo dovute recare all’albergo Dongo per chiudere il conto e riappropriarmi delle valigie per trasferirle nella fortezza di spicco di tutta Dongo, disfarle e cominciare ad attribuire a quanto vi avevo trasportato una collocazione adeguata a organizzare una nuova forma di quotidianità, articolata in spazi nuovi e più piccoli e raccolti rispetto a quelli a me consueti nella casa dei miei genitori, nella campagna “fontese” a poche centinaia di metri da una fonte adiacente a un ricchissimo santuario greco.
Dal ponte in direzione della piazza la via era in lieve pendenza, inclinazione favorevole al passo veloce, difatti memore dell’aforisma narrato frequentemente da papà a me e a mia sorella sin da piccole «Passo svelto e testa alta» mi soffermai, osservai velocemente il paesaggio in cui mi ero immersa, sveltii il ritmo dei passi e alzai soprattutto la testa per permettere alle narici di abituarsi al profumo della brezza lacustre e alla temperatura piuttosto bassa a confronto con quella a cui ero abituata.
Quel fresco di preannunciato fine autunno mi riportò a esperienze degli anni addietro, a brevi nonché intensi e significativi periodi di studio a Pavia e Torino ricorsi entrambi nel mese di settembre di anni diversi e all’incirca ravvicinati. Così quel miscuglio di realtà rinvenuta nella memoria e di umidità sferzata dalla tramontana lo trovavo piacevole, mi faceva compagnia senza parole.

Giunta in fondo a via Iginio Gentile, nel punto in cui se avessi continuato dritto avrei rasentato Palazzo Manzi a destra e il monumento di Piazza Giulio Paracchini a sinistra, la facciata centrale di palazzo Nicolini seppur volgesse su Piazza Paracchini, per accedere agli appartamenti del palazzo senza imbattersi con i frequentatori del bar e dell’edicolante a pian terreno, si svoltava nella raccolta Piazzetta Giovanni Gentile, frequentata solo dalle famiglie residenti nei cinque o sei palazzi che costituivano un piccolo eppur confortevole quadrilatero adibito al parcheggio delle loro automobili. Proprio mentre pescavo nelle foibe della memoria affollata da tante nuove determinate e concatenate identità sopraggiunte nell’arco di poche ore, il portone con il numero civico tre e il nome della padrona di casa indicatemi da Norina, in prossimità di avvicinarmi al citofono mi sentii raggiungere da una voce «Ehi signorina, scendo subito, vengo ad aprirle».

Volsi lo sguardo in direzione della voce e vidi Norina sul balcone all’angolo fra Piazza Paracchini e Via Iginio Gentile. Grazie signora Norina, e lei «La stavo aspettando, la sua preside ha telefonato alla signora Nicolini per riferirle di organizzarci per aiutare Elisa a preparale la camera».
La piazza a quell’ora era gremita di persone, alcune erano appena scese dalla Valle Albano, principalmente dai centri abitati di: Stazzona, Germasino, Garzeno e in attesa della corriera per Como o per Colico qualcuno sorseggiava a perdigiorni un caffè altri lambivano e mordicchiavano gelati seduti accanto ai tavolini disposti dai gestori dei due bar della piazza, la gran parte, in attesa di ripartire per rientrare a casa lungo il Lario o fra le arcigne vette della Valtellina alternava la passeggiata solitaria e scanzonata per la piazza ai raduni a piccoli gruppi per confabulare sul dì trascorso e sbozzare il dì già atteso.
Non avevo il tempo necessario per soffermarmi a ragionare con me stessa sull’esito della spontaneità manifestata da Norina a quella moltitudine di persone per me del tutto estranee, tuttavia in un frangente furtivamente sottratto al suo controllo ebbi occasione di affrontare una breve e spontanea riflessione e provai molto imbarazzo, ero arrivata in quel paese la sera precedente e dopo poche ore un pubblico così esteso aveva avuto l’opportunità di sapere già tutto di me. In modo altrettanto spontaneo rovesciai subito il paradigma di Nord freddo e Sud caldo, Nord riservato e Sud espansivo.
Non feci in tempo a modificare l’espressione di disapprovazione che avevo provato nel sentirmi comunicare la notizia dal balcone che mi ritrovai Norina che s’affrettava a spalancare l’uscio di casa mentre era intenta ad aggiustarsi il pettino di un grembiule candido e profumato proprio come una divisa austera e con tanta storia e senza tempo, la trama e l’ordito del tessuto erano belle robuste, davano l’idea di un antico manufatto molto curato e comunque la circospezione per la divisa non la coinvolgeva del tutto, continuava a mostrarsi molto attenta a carpire la mia reazione, difatti diceva «Eh! Tusa ma di che si
preoccupa?».
Avrei voluto che mi avesse tradotto quel “tusa” lo avevo sentito per la prima volta, però col volto fece segno di dare per scontato che un’insegnante abbia dimestichezza con tutte le varietà linguistiche regionali e continuò…
«Noi siamo onorate di averla in casa nostra. La preside ci ha detto di trattarla con garbo perché è una brava persona e una professionista seria. L’ho voluta chiamare dal balcone, perché la signora Nicolini e me siamo orgogliose di accogliere in casa nostra gente per bene».
Emergeva chiara la gioia di Norina nell’accogliere me e come e seppi poi da Elisa la stessa attenzione l’aveva avuta anche per lei, eravamo brave “tuse”, cioè due brave ragazze, però in quei modi cordiali si leggeva nitido anche come veniva percepito e vissuto finanche dalle persone semplici il concetto di enti pubblici, di consapevolezza dell’andamento delle istituzioni più vicine ai cittadini, come la scuola in quel caso. I cittadini di tutta la Valle Albano si interessavano ed erano informati del reclutamento e dell’organizzazione del personale scolastico, quello che in gergo viene definito l’organigramma.

Ad una prima analisi si avrebbe potuto immaginare che l’interessamento scaturiva dal fatto che tutti i bambini e gli adolescenti ivi residenti erano o sarebbero divenuti alunni dell’Istituto Comprensivo di Dongo. Tuttavia più conoscevo la rete sociale e le dinamiche familiari più constatavo che questo era solo uno dei motivi dell’interesse per il principale ente pubblico nelle piccole realtà dei paesi lombardi.
L’altro motivo importante quanto il primo era una naturale e sentita partecipazione per la costante sorveglianza e controllo dei beni comuni, questo andamento caratterizzava tutti i cittadini, piccoli e grandi indipendentemente dal grado d’istruzione o dal ruolo sociale rivestito nella comunità.

La coinquilina proveniva da Capo D’Orlando aveva chiesto alla preside una mattinata di permesso per ordinare un po’ la casa dimodoché avesse potuto accogliermi. Elisa era una ragazza molto garbata non avrebbe osato lasciare nulla fuori posto neanche se fosse rimasta ad abitare da sola nell’appartamento, aveva preferito riassumere con il concetto di ordinare, ma in realtà aveva dovuto semplicemente ricavare gli spazi per accogliere un’altra persona e conferire a quelli comuni un’organizzazione adeguata alla condivisione, quali potevano essere per esempio l’armadio, la scrivania, lo stendibiancheria…
Nell’androne e nella tromba delle scale si percepivano profumi misti: brodo di carne, di creme pasticciere al limone, di pane caldo. Di tanto in tanto predominavano guizzi d’aroma d’albicocca, di cui solo pochi minuti più tardi m’accorsi che provenivano da una sofficissima nuvola di Como quasi sul punto di sfornarla, si trattava d’un enorme brioche molto celebrata dai lariani, rigorosamente farcita con marmellata di albicocca, nella classifica dei dolci della provincia lombarda occupa il posto della pastiera per quanti di noi per il solo motivo d’esser nati in un qualunque paese della Campania seppur fuori dalla
città capoluogo ci sentiamo comunque un po’ napoletani.
Su un tavolino rococò, per l’occasione disposto nella zona fra forno e frigorifero, coperto con una bianchissima tovaglia di lino, Norina aveva già predisposto un piattino con un colino contenente una bella manciata di zucchero velato: appena la nuvola fu tirata fuori dal forno la spolverò ben bene e la depose in un piatto ovale decorato da delicate foglioline d’edera in tenera età, anche già in precedenza preparato sullo snello rococò.

Il piatto era un componente del servizio delle grandi occasioni perciò per proteggerlo stazionava solitario sull’elegante supporto vestito di colori pastello ben evidenti nelle parti libere dalla tovaglia e tuttavia anche quelli dei motivi celati sotto le trame del lino all’unisono apparivano intenti ad intrecciarsi con i profumi antichi, incisivi e quasi rarefatti sprigionati dalla nuvola.
Fragranze provenienti da delicate vivande e da raffinata pasticceria si assimilavano e convergevano nel trasformare gli accurati preparativi in una sobria e quasi familiare accoglienza. Eppure se da un lato provavo piacere a rifocillarmi, dall’altro mi sentivo in imbarazzo per tutte quelle persone che si erano sentite in dovere di accogliere con tante e tante premure il mio arrivo. Oltretutto avevo bisogno di silenzio e solitudine per riflettere, per attribuire il posto giusto nella memoria a tutti gli eventi che si erano susseguiti dal trillo del telefono seguito dall’annuncio della convocazione, i preparativi per la partenza organizzati in un mezzo pomeriggio, il viaggio attraverso paesaggi fino allora immaginati durante le riletture dell’opera maggiore del Manzoni, le tante persone a me sconosciute fino a quel momento, e poi e in cima a tutto la prefigurazione del grande giorno, il mio primo giorno d’insegnamento.

Le tante e intense attenzioni intorno a me ostacolavano la composizione e la collocazione dello scrigno in qualche luogo privilegiato della mente, così come percepivo fosse giusto. Avrei preferito sedermi su una delle panchine sotto i platani accanto al lago e vicino alla fermata della corriera per Garzeno per meditare sul mio meritato traguardo e, al massimo, avrei preferito per pranzo un gelato di quelli confezionati, sempre perché le delizie incartate, appena prodotte, mi rassicuravano, le consideravo protette da agenti patogeni.
Avrei desiderato ascoltare la voce del lago per scorgere fra le sue note a volte allegre a volte melodiche o quelle sul far della sera incisive e autorevoli su ogni suono che regna in quel luogo nel trapasso dall’azzurro al blu. Avrei voluto ripercorrere le mie esperienze di studio fino allora e scegliere la maestra o il maestro più incisivo sulla mia formazione in tutto il mio percorso per scovarvi qualche suggerimento sul miglior modo di iniziare il dialogo con i ragazzini, quale sarebbe potuta essere la lezione più empatica l’indomani mattina.

CONTINUA

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