di Lina Cammarano
La scelta di indagare sui toponimi al plurale è scaturita dalla lettura accurata delle carte topografiche del 1916. Il territorio di Roccadaspide risulta frazionato in tante microregioni, ciascuna piuttosto estesa e accomunata da caratteristiche geomorfologiche, attività giuridico amministrative, reminiscenze neolatine intrecciate con varietà dialettali, confusione fra scrittura e pronuncia, memorie medioevali...
Pedaline
Pedaline[1] viene nominata nei primi decenni del XX secolo[2]. Si tratta di un’estesa zona a mezza costa del declivio, quella pedemontana e quella della valle del versante settentrionale della collina apparentemente quieta[3] che domina il territorio in posizione parallela alla Strada Statale 166 degli Alburni[4]. La regione è suddivisa in frazioni di terre di piccole estensioni ed è solcata da ruscelli, valloni e torrenti; viuzze padronali, vicinali e comunali perpendicolari alla Strada S. A Nord inizia laddove[5] lo schienale della collina s’inerpica verso la vetta e divide a Ovest, Seude di Capaccio-Paestum, e a Est Seude di Roccadaspide e poi corre con lenti alternarsi d’uliveti, vigneti, querceti, pascoli e macchia mediterranea verso Levante fino alla Frazione Tuoro[6].
È un paesaggio dalla topografia a spina di pesce con viottoli irregolari per lunghezza e omogeneità del suolo. La vegetazione spontanea s’insinua tortuosa e ribelle a volte tra sparpagliati e secolari piante d’ulivi altre volte fra uliveti piuttosto ben distribuiti ma tutti abbastanza sofferenti d’aria a causa di ricorrenti siepi di piante selvatiche sviluppatesi con tutta la loro naturalezza esplosiva fino ad arrampicarsi con determinazione ai rami esterni delle chiome degli ulivi nonché delle secolari querce sparse fra i mancini campi e i rari e sparsi ruderi dalle sembianze di casali sufficientemente comodi fino a oltre la metà del secolo scorso.
A volte i viottoli sterrati appaiono in una veste burbera[7], rozza, inospitale con sembianze di tratturi preistorici. Se si prosegue lungo la dorsale verso Oriente s’incontrano fossi, avvallamenti, massi rotolatesi dalla montagna e dalle terre abbandonate, circuite da rovi decennali e ruderi che sussurrano storia semplice e onesta. Questo paesaggio molto naturale e poco antropizzato specialmente nella fascia pedemontana si manifesta verso oriente fino al Vallone Cotruzzo[8], corso d’acqua che dopo meno di mezzo chilometro dalla Statale affluisce a nord nel Vallone Cosa[9] o Lacoso[10].
Con l’ultimo aggiornamento toponomastico[11] alcune vie pedaline hanno ricevuto nomi nuovi, ma nella memoria collettiva dei rocchesi echeggia il nome Pedaline. Sono scelte odonomastiche che ben rappresentano le caratteristiche morfologiche del luogo. Le Vie Pedaline prima di divenire viottoli erano stati “carrari” cioè percorsi larghi quanto bastava al passaggio di una o due persone l’una accanto all’altra. A tracciare e lasciare il segno di sentiero erano le pedate di uomini e donne, asini, muli, pecore e capre specialmente durante la stagione delle piogge quando la terra diveniva fangosa. Col passare del tempo proprietari terrieri e contadini trasferirono il trasporto di cereali, foraggio, vettovaglie e letame dalla schiena di asini e muli a bordo di carri in legno realizzati da artigiani locali. I “carrari” vennero adeguati al passaggio dei carri, e col miglioramento tecnico in agricoltura, i “carrari” divennero come viene espresso in atti notarili dell’anno 1948 “via e strada rotabile[12]”. Purtroppo i possessori di carri erano rari, le Vie Pedaline erano vestite di progresso per brevissimi tratti perpendicolari alla Strada S. Le Pedaline venivano raggiunte dai carri solo da pochi privilegiati proprietari terrieri che dominavano la zona con grossi appezzamenti di terre dalla collina a valle, fu proprio in questi anni che i proprietari più noti edificarono nuove case nelle terre lungo la Strada S. e vi trasferirono le loro residenze. I carri di legno trainati da buoi o mucche di grossa stazza trainavano vettovaglie per persone e animali solo fin dove le rotaie create dalle ruote dei carri non affondavano troppo i raggi delle ruote nel suolo, e da quei punti in poi ultimavano il trasporto le donne, in testa, dopo aver protetto il neucranio con un panno morbido più volte piegato dimodoché avesse potuto agire da ammortizzatore sotto al peso. Gli uomini trasportavano sulle spalle e chi aveva l’asino o il mulo ne caricava le rispettive schiene.
Le Vie Pedaline, nel corso degli anni da “carrari”[13] divennero vie sterrate, il suolo veniva reso solido dai sassi più piccoli che d’abitudine ogni estate tutti i proprietari scartavano dalle loro terre e con uno strascino cioè una base di legno legata al giogo applicato al collo di una coppia di buoi o mucche tramite due assi sempre di legno, trasportavano i sassi più piccoli nei fossi scavati dalla pioggia. C’è da chiedersi perché le terre erano ricche di sassi. Quasi tutta la zona Pedaline e in particolar modo quella più verso occidente ciclicamente ha subito trombe d’acque, l’ultima si è verificata nell’anno 1964, nella memoria dei testimoni ha lasciato un trauma indelebile. Perché in quelle tristi circostanze la forza impulsiva e devastante dell’acqua sradicava e sgretolava masse di pietre e le sciorinava nella valle, verso nord. Un terreno sassoso è un terreno faticoso da arare con l’aratro di legno, anche con quello cosiddetto pesante, cioè con il vomere rivestito di metallo, è straziante da zappettare con la zappa a mano, specialmente se consideriamo che in quegli anni l’amore per le colture dei propri campi spingeva i proprietari a zappettare finanche le pianticelle di grano. Le pietre piccole o grandi ostacolavano la crescita dei fusti delle pianticelle di graminacee in genere e scostavano le radici dall’humus e la superfice screpolata esauriva in breve tempo l’acqua e l’umidità necessaria alle radici per continuare a vivere. Per questo motivo i sassi di piccole dimensioni venivano caricati sugli strascichi e venivano distribuiti nelle rotaie troppo affossate e nei fossi scavati dai rigagnoli costituitesi durante le piogge.
Accanto al Vallone Cotruzzo, nel punto in cui inizia il pendio verso la valle v’è un esteso e antico uliveto vestito da un micro toponimo davvero rappresentativo della storia climatica del luogo “i Vricciali”.
Nel dialetto locale “i Vricciali” corrispondono ai sassolini in lingua italiana, in questo caso più che il diminutivo sassolini, si fa riferimento a un campo semantico più esteso, si vuole raffigurare una notevole estensione di terreno cosparso di pietruzze che ostacolano la crescita delle pianticelle di: grano, orzo, avena… Questa zona a Nord è confinata da un ruscello che confluisce nel Vallone Cotruzzo, il ruscello a partire dalla Via Pedaline raccoglie le acque che defluiscono dai solchi di drenaggio delle terre.
Il manto di “vrecce” si ferma e si stanzia poco prima del ruscello, cioè nel punto in cui l’acqua trova la via veloce e smette di trascinare le pietre. Nei periodi di piogge insistenti accadeva che gli abitanti rimasti a popolare i borghi pedemontani per recarsi a valle a comprare alimenti di prima necessità: sale, pasta, zucchero, o per andare dal medico o in farmacia, dalla soglia di casa loro e fino al piccolo pezzo buono di via magari antistante la casa di un proprietario col quale avevano condiviso il vicinato fino a qualche anno addietro non si potevano permettere il lusso di camminare e ammirare il cielo e il paesaggio, perché per evitare di sporcarsi col fango o addirittura di affondarci con le caviglie erano obbligati a puntare i sassi meglio conficcati nel terreno e quasi come sciatori: destro sinistro, sinistro destro, di pietra in pietra, pedata dopo pedata raggiungevano la Strada S., allora di poco più curata rispetto alle Pedaline, aveva i fossati laterali che permettevano alle acque piovane di defluirvi per congiungersi poi a piccoli ruscelli che a loro volta affluivano nel Vallone Lacoso.
Di tanto in tanto l’amministrazione comunale ingaggiata dalla burocrazia statale, affidava ai cosiddetti “strataiuoli” di distribuire ad equa distanza dei cumuli di “ruina” prelevata nella località che attualmente è attraversata da Via Girapoggio, un ammasso di roccia friabile di colore rosso mattone, a volte color castagne venato di un atavico verdognolo, li infrangevano con le mazze di ferro e poi distribuivano quella sorta di ghiaia dall’aspetto vetroso nelle rotaie dei carri e delle biciclette che cominciavano a popolare la strada gradualmente a ritmi più ravvicinati e anche le poche automobili, quante se ne contavano su una sola mano su tutto il territorio del comune di Roccadaspide. I longevi della zona a valle delle Pedaline ricordano che le donne dei borghi seminati fra gli inizi del declivio e sulla dorsale delle colline tutte le volte che scendevano a valle per poi raggiungere Roccadaspide o Albanella[14] per sbrigarvi faccende più signorili rispetto a quelle delle loro giornate tipiche consumate fra i campi, gli animali e vicende delle famiglie tutte piuttosto numerose, in un piccolo sacchetto di iuta portavano con loro le scarpe della festa, e giunti a valle, bussavano alla porta del proprietario della casa, quasi tutti precedenti coinquilini del borgo e quasi con atteggiamento di sottomissione chiedevano di poter lasciare in un cantuccio del cortile le scarpe vecchie, quelle che avevano indossato per calpestare pietra dopo pietra una Via Pedaline, e nonostante l’attenzione che avevano impiegato pure erano state lambite da pennellate di fango.
Attualmente come si è evoluto il paesaggio bucolico delle Pedaline? Il paesaggio come diceva Fernand Braudel “canta” sempre la stessa canzone” sempre vestito d’ulivi, pascoli, viti alternati a querce e macchie di mirtilli e ginestre, sempre tutto serpeggiato da vie e sentieri privati e vicinali stretti e ripidi o scoscesi a seconda della direzione, solo per brevi tratti le viuzze delle case private annegano nel cemento la corpulenza delle pietre, lasciandone scoperta la testolina levigata dalle piogge, dalla rugiada persistente susseguita dall’invasione dei muschi, dalle pedate e dai pneumatici.
Si sa la forma e la vita di un luogo agricolo non cambiano con la velocità della luce, dal novellar degli anziani il tempo sembra rimasto immobile, solo in alcuni punti non è assolutamente paragonabile alla difficoltà della fisicità frastagliata della Frazione Mancuse[15], ma in ogni caso la maggior parte delle terre in particolare la fascia delle Pedaline che dalla perpendicolare ultimamente battezzata Via del Melograno corre verso Est si può coltivare con mezzi meccanici di piccole dimensioni e modellati per aderire bene al suolo.
Nelle storie degli antenati si narra di maestri che raggiungevano la pluriclasse della scuola elementare di Verna con un lesto e cauto alternarsi di punte e talloni sui sassi che spiccavano ben radicati fra lo sterrato cosparso a destra e a manca di piccole e grandi conche d’acqua piovana, e di spose che lasciavano le case natie con il supporto d’uno stuolo d’amiche e parenti che sollevavano con grazia la coda dell’abito nuziale per non farlo macchiare dall’olone della polvere, generalmente si sposavano nelle stagioni asciutte proprio per evitare il fango. In tempi più vicini a noi la pluriclasse di Verna venne soppressa e i bambini di Verna insieme a tutti quelli delle Pedaline scendevano alla scuola elementare a valle e tra mattina e pomeriggio avevano imparato a memoria il punto d’ogni pietra comoda ad appoggiarvi la forma del loro piedino, le sentivano sotto le piante le pietre che consentivano loro di mollare la tensione per evitare slogature e cadute.
Non parliamo poi della fatica di condurre un medico presso le abitazioni più solitarie delle Pedaline, occorreva un mulo o un asino, coloro che non lo possedevano erano costretti a prendere in prestito una di queste due bestiole, il medico si sollevava sulla loro groppa rivestita per l’occasione da un morbido cuscino imbottito di cartocci secchi[16] per condurlo dal paziente o a volte solo fino alla perpendicolare più vicina alla Strada S. In tempi più vicini a noi divenne percorribile anche da calessi con addestrati cocchieri e quando i malati non si trovavano in uno stato grave erano loro ad essere condotti presso lo studio del medico rigorosamente collocato in paese.
Insomma le terre sono lì uguali a come ce le raccontano gli anziani che a loro volta erano state loro raccontate dagli anziani dei loro tempi, le vie sono larghe pressappoco quanto cent’anni fa con la sola differenza che di tanto in tanto alcune vengono rattoppate d’asfalto e allora ci si domanda perché due Vie Pedaline, due perpendicolari che da mezzacosta scendevano a valle sono state chiamate in altro modo? Sarebbe un gran lusso e una grande opportunità conoscitiva se la comunità scientifica raccontasse i perché delle scelte toponomastiche e odonomastiche a chi fa parte della storia, perché la vive, la abita, ma non conosce perché è stato deciso di chiamarla per un tempo con un nome e successivamente con un altro. Sarebbe un grande e brillante traguardo se si riuscisse a consapevolizzare tutti gli abitanti di ciascun territorio sulle scelte e le trasformazioni identitarie dei luoghi. Una fonte di storica economica e dell’evoluzione dell’identità geomorfologica delle Pedaline potrebbe essere quella sorta di patto socio-economico definito “a quarta” che non veniva applicato alla coltura degli ulivi: aratura del terreno, concimazione, potatura delle piante e raccolta dei rami in fascine ma solo alla raccolta delle olive. Le terre delle Pedaline sono per lo più pietrose rendevano poco a confronto con le terre delle Terzerie per cui i proprietari terrieri delle Pedaline per mantenere saldo il loro status nel contesto sociale del territorio stipulavano patti informali poco equi con i lavoratori delle loro terre. Si prendevano cura della coltura degli ulivi anche perché erano gli unici possessori di buoi per arare la terra senonché di fertilizzante naturale attraverso la disponibilità di letame prodotto dalle deiezioni degli animali nelle stalle oppure lasciati al pascolo fra gli uliveti e le olive raccolte ad una ad una dai braccianti spettavano tre parti al proprietario e una parte al bracciante. Attualmente in tutta la zona delle Pedaline il contratto agrario proprietario-bracciante è ancora “a quarta” al termine della campagna olearia l’olio prodotto dalle olive raccolte viene ancora diviso in quattro parti, però tre parti vanno al bracciante e una parte al proprietario degli uliveti, e la coltura degli uliveti è diventata di sola competenza dei braccianti.
Terzerie
Terzerie [17] è una frazione ricca di poggi e insenature vestiti maggiormente da piantagioni di ulivi, vigneti e appezzamenti di seminativo arborato. Dalle memorie dei longevi del luogo, per tutto il Novecento vi erano pochi grandi proprietari terrieri[18] e una moltitudine di braccianti agricoli, questi ultimi per la coltura delle viti e fino alla vendemmia venivano pagati di giorno in giorno oppure anziché ricevere monete per ogni giorno lavorativo ricevevano una quantità di grano pari alla paga giornaliera oppure di fieno da dare in pasto a qualche ovino durante le rigide e piovose giornate invernali. Dunque un baratto utile e necessario a custodire con cura le bestiole per ricavarne il latte da dare in pasto ai bambini e quando avanzava per ricavarci un po’ di formaggio.
Invece per quanto riguardava la coltura degli uliveti e fino alla raccolta dei frutti e alla trasformazione dei frutti in olio i proprietari terrieri di Terzerie avevano adottato un sistema contrattuale piuttosto elastico rispetto ad altre contrade e frazioni di Roccadaspide. Questo sistema prevedeva che fra proprietario e bracciante comunque non circolassero monete ma il corrispettivo forza lavoro-ricompensa era tale da consentire ai braccianti sia di ricavarne il vitto dell’olio per le loro famiglie sia di accumularne buone quantità da vendere e ricavarne monete da investire per l’acquisto di piccoli appezzamenti di terreno messi in vendita da proprietari il più delle volte perché si trovavano in una posizione scomoda da raggiungere con il carro trainato dai buoi per esempio.
Oppure perché il figlio del proprietario aveva conseguito il diploma o la laurea e aveva manifestato ai genitori il desiderio di fissare la propria residenza nella città dove aveva affrontato gli studi, pertanto abituato ad abitare in dimore di proprietà della famiglia avrebbe voluto acquistarne una anche in città. Così il genitore vendeva il pezzo di terra scomodo da lavorare e ricavava una porzione di denaro necessari al figlio affinché potesse sottoscrivere il contratto d’acquisto della casa in città. Intanto il vecchio proprietario nei confronti del suo fidato bracciante non si sentiva socialmente diminuito, anzi, l’azione di vendita era l’emblema di un ulteriore salto sociale, da borghesuccio agricolo da allora in poi tramite il figlio era divenuto il padre di un borghese professionista.
Sicuramente anche per il bracciante la struttura geomorfologica creava fatica aggiuntiva però si sentiva ripagato da una quasi ascesa sociale. Dalle memorie orali non solo degli anziani nonché dalle mappe catastali emerge come fosse forte la disparità di genere nelle spartizioni delle proprietà. Le terre dintorno alle abitazioni e tutte quelle più estese e più comode da lavorare venivano donate ai figli maschi, le porzioni piccole, poco redditizie, senza via ben designata per raggiungerle ma con il solo diritto di passaggio fra proprietà confinanti, distanti dalle vie di comunicazione comuni venivano date in dote alle figlie femmine. La gran parte delle donne già durante l’atto di spartizione della proprietà paterna e materna con un atto di compravendita lo cedeva a uno dei fratelli e per giunta a cifre irrisorie.
Ovviamente questo sistema che allontanava le femmine dalla masseria della famiglia d’origine non le escludeva dallo stile di vita di proprietarie terriere, perché se figlie di proprietari ben confermati nella zona, di regola sposavano ragazzi di famiglie di pari potenza economica. Pertanto i matrimoni fungevano da politica territoriale come secoli addietro Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona avevano composto la Spagna. I matrimoni [19] nella Contrada Terzerie nel corso della storia sono stati l’ago della bilancia per la mappatura del territorio. Le poche grandi aziende sono riuscite ad attraversare i dilemmi dei corsi e ricorsi storici scaturiti dalla storia del Paese proprio grazie alle tecniche di spartizione e riorganizzazione. I giochi di organizzazione territoriale erano veicoli di scomposizione e ricomposizione in cui le figlie femmine fungevano da jolly delle vicende ereditarie, ma nessuna donna andava sposa in una situazione inferiore a quella della famiglia d’origine, il potere nominale della famiglia d’origine era l’elemento fondamentale affinché ella venisse inclusa in una nuova famiglia di pari potere sia nominale sia materiale.
Le poche ragazze che riuscivano a conseguire il titolo di maestre o ricevevano la proposta di matrimonio da un esponente della borghesia terriera più in vista oppure se né nel territorio delle Terzerie né in quelli viciniori vi erano ragazzi appartenenti a famiglie tanto benestanti, se non addirittura di valore maggiore al titolo di “maestra” la maestra rimaneva zitella, nella casa paterna, in genere veniva inclusa nel nucleo famigliare del fratello maggiore, e in questo caso la proprietà terriera dei genitori rimaneva illesa, la maestra viveva con i compensi dell’insegnamento e solo in rari casi al momento della spartizione delle terre fra fratelli maschi ella accettava la donazione sempre dei pezzi di terra più periferici e che già durante la seduta notarile donava incondizionatamente al fratello resosi disponibile ad accoglierla nella sua famiglia.
La tecnica dello scambio forza lavoro e ricompensa si chiamava “a u tierzu[20]” “la terza parte” cioè i braccianti curavano gli uliveti, zappavano, concimavano, potavano, raccoglievano le olive, eseguivano la molitura, e il prodotto finale veniva diviso in tre parti, due parti al proprietario degli uliveti e una parte al bracciante che aveva condotto i lavori. Evidentemente per i braccianti ricevere la terza parte del prodotto era un ottimo vantaggio perché era loro possibile utilizzare il surplus per venderlo e ricavare qualche lira per permettere ai figli di acquistare i libri per frequentare la scuola, e poter assistere all’ascesa sociale dei propri figli era davvero una grande soddisfazione.
In altre contrade ad esempio a Fonte vigeva “a quarta” cioè tre parti al proprietario e una parte al bracciante, ragion per la quale questo territorio in cui i rapporti giuridici fra datore di lavoro e lavoratore consentivano maggiore fluidità sociale risultava un luogo buono, accogliente oltre perché gli avvallamenti godono delle scie luminose fino a sera o almeno al pomeriggio inoltrato ma anche per i morbidi dislivelli sociali, e molto probabilmente proprio in seguito a queste riflessioni la località venne denominata Terzerie [21]. Ai braccianti delle Terzerie non li sfiorava affatto l’idea del sistema “a quarta[22]” delle Pedaline, la coltura degli uliveti attribuita anziché ai proprietari, ai braccianti delle Terzerie permetteva loro di coltivare la certezza d’un impegno certo e fruttuoso lungo l’arco dell’anno.
Tuttora gli abitanti dei caseggiati dislocati quasi tutti in piccoli borghi lungo la via principale, via Terzerie, sono di una cordialità fuori dall’odierno ordinario, nonostante l’orgoglio per la consapevolezza di saper amare e curare le loro creature costituite come nel secolo scorso in viti e ulivi, nel dialogo con l’estraneo al loro territorio ma curioso di conoscerne la storia con grande spontaneità rivelano stupore per l’interesse altrui in quanto l’amore per la cura delle loro terre è connaturato nei loro animi, sembra quasi che l’abbiano ereditato senza neppure accorgersene.
A sostegno dell’origine giuridico ed economica del toponimo-odonimo Terzerie vi è la Via Trefico[23], cioè di tre fichi, due spettano al proprietario e una spetta all’agricoltore che ha curato le piante di fichi affinché i frutti crescessero numerosi e rigogliosi, li ha raccolti ed essiccati al sole e stipati nelle cassettine realizzate con canne, giunchi e vimini e infine disposti in un locale asciutto e ben areato in attesa di acquirenti provenienti dalle città. Ovviamente tre fichi in senso metaforico in quanto l’unità minima è riferita all’intero di un qualsivoglia intero.
Trefico, ribadisce il concetto, le modalità di contratto, che come anzidetto fino all’inizio di questo secolo sono le migliori di tutto il territorio di Roccadaspide a favore dei braccianti. A partire dai primi anni di questo secolo i diritti fra proprietario delle terre e braccianti si sono invertiti ovunque e anche a Terzerie “u tierzu” significa due parti al bracciante e una al proprietario. Dunque Terzerie è la storia di una comunità e di un paesaggio che tende verso l’equità delle condizioni umane.
[1] Potrebbe essere un’alterazione e un’evoluzione del latino “pedites”. Seguiranno ricerche anche per un confronto con Via Pedalina di Spezzano della Sila.
[2] M.R.10 settembre 1916, A.S.S.
[3] Tra gennaio e novembre 2014 in seguito a consistenti scosse sismiche venne individuato l’epicentro nei pressi della località Verna, in cima alla collina sovrastante la regione Pedaline con anche il Vallone dei Pedalini, cfr. M.R., 10 settembre 1916, A. S. S., foglio 029 JGP.
[4] Negli atti notarili questa strada viene indicata come Strada Provinciale fino al 1955. D’ora in poi la Strada Statale 166 degli Alburni si indicherà con solo, Strada S.
[5] M.R.10 settembre 1916, A.S.S. foglio 017 JGP.
[6] M.R.10 settembre 1916, A.S.S. foglio 039 JGP, Strada Comunale Pedalina.
[7] Siniscalchi S. “L’identità ‘svelata’: un esempio d’indagine geografico-storica sul Cilento attraverso la toponomastica (secc. XVII-XIX)”, Geotema, 34, 2009, pp. 78-87.
[8] M.R.10 settembre 1916, A.S.S. fogli: 019 Vallone Cetruzzo, foglio 027 Vallone Cotruzzo.
[9] M.R.10 settembre 1916, A.S.S.: fogli 016 e 019 Vallone Cosa; fogli 020, 028, 029 Vallone Della Cosa.
[10] Aversano V., “La toponomastica, materia ‘fluida’, intricata e fascinosa, accessibile solo con approccio geografico-interdisciplinare, Geotema, 34, 2008, pp. 5-13; Torrente Lacoso indica un corso d’acqua che genera acquitrini (Aversano V., Siniscalchi S., “Una fonte trascurata per la ricostruzione del paesaggio e dell’identità territoriale: i toponimi di antiche carte regionali come caso dimostrativo”, in In AA.VV., Scritti in onore di Carmelo Formica, Napoli, Univ. degli Studi di Napoli, 2008, pp. 49-87).
[11] Comune di Comune di Roccadaspide, Elenco Toponimi, Ufficio area demografici 16/05/2017.
[12] Atti resi consultabili da famiglie residenti nelle Pedaline da tante generazioni.
[14] Paese confinante a Nord con Roccadaspide.
[15] M.R.10 settembre 1916, A.S.S. fogli: 014, 015 “Mancuse” nell’elenco dei toponimi di Roccadaspide del 16/05/2017 “Mancose”.
[16] Che insieme alla barba ricoprono i tutoli e i chicchi delle pannocchie di granoturco.
[17] M.R.10 settembre 1916, A. S.S. fogli: 001, 003, 006, 012. È l’unica località con questo nome in Italia. Seguiranno ricerche per capire i legami con terziere e terzerie a: Narni, Spello, Siena, Massa Marittima, Macerata, Cori, Città della Pieve…
[18] Tutti intenti a praticare la rotazione triennale.
[19] Cammarano P., “Famiglia, matrimonio e proprietà a Roccadaspide nel 1867. Cultura e prospettive”, Il convivio, ottobre-dicembre, 2014 n. 25, ISSN 2039-8255.
[20] La terzeria è il contratto agrario che prevede l’attribuzione di due terzi dei prodotti al concedente e di un terzo al terzadro.[21] Siniscalchi S., “Cartografia, Toponimi, Identità nella Ricerca-Didattica e per il Territorio”, Areopago letterario, Vol. 4. pp.18-19; Id., “Giornata di Studio «Cartografia, Toponimi, Identità nella Ricerca-Didattica e per il Territorio»”, Ambiente, Società, Territorio, 6, pp. 36-36.
[22] Forma contrattuale non prevista dalla giurisprudenza, del tutto diversa dalla “Quarta”, contratto che si riferisce al canone di locazione 4+4. La quarta parte si potrebbe interpretare come l’istituzione di una misura ufficiosa scaturita dal bisogno di adeguare la rendita di un territorio poco redditizio alle esigenze economiche dei proprietari terrieri.
[23] M.R.10 settembre 1916, A. S.S. foglio 005 il Vallone Trefico affluisce nel Torrente Malnome.